Senza Titolo
- 24 mar 2017
- Tempo di lettura: 2 min
E' errore dare un nome per forza alle cose, tanto quanto alle persone.
Oggi ho capito che un fotografo non è colui che si porta la macchina fotografica sempre con sé, sperando di cogliere quell' imprevista eventualità proprio sulla sua strada, sempre oggi.
Un fotografo non spera, cerca. E dunque, poi, un buon fotografo trova.
Per capirlo, mi ci è voluta una strage.
La gente qui -la stessa che chiama 'fotografo' colui che indossa per caso una macchina fotografica al collo-la chiama 'terrorismo'. Mah, considerato il suffisso, credo sia solo una crasi, mediatrice tra colpa e colpevole. Come una qualsiasi altra religione.
E' che il terrore, insieme al suo precedente orrore, non si quantifica, non si chiama e soprattutto, non si media. Si sente, nel rumore assordante del silenzio, dove non c'è mai stato, fastidiosamente interdetto solo da incomprensibili voci radio-trasmittenti, alternate ad infinite sirene di ambulanze e volanti, che sicuramente si riproducono con la stessa frequenza di ogni giorno qualunque, solo che oggi pare che la solita daily-playlist sia stata impostata sull'ascolto 'repeat', o - più vintage - 'disco rotto'; il tutto, accompagnato da un ronzio rotto e costante di sottofondo, che sembra venire dall'alto, sopra la testa. Ora anche da dietro. E di lato. Sia a destra, che a sinistra.
E' forte e ovunque, e vola basso, circospetto, il terrore.
E poi, si legge, nel vuoto delle strade più affollate, sui volti ignoranti della gente che ha da fare, sui giornali gratuiti e sulle pozzanghere del mattino, resti delle lacrime di una notte insonne di dolore.
Si vede, nelle foto di un non-fotografo, assolutamente calcolatore, che si alza quella mattina con il solo scopo di trovare quel quieto terrore e raccontarlo col più rispettoso dei silenzi.
Immagini singole dal video, in qualità migliore:


























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