L'ignoranza di regalare Orchidee
- 28 set 2016
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Mentre Ovidio cercava di insegnare agli uomini l'arte di amare, io cerco di mantenere in vita l'unica piantina sul mio davanzale. Per quanto potesse essere silenzioso, il mio solo respiro non bastava più in quella fredda, terza, camera da letto. Ho deciso che volevo prendermi cura di qualcos'altro, forse per poter avere una scusa nel caso non fossi riuscita a curare e organizzare me stessa.
E' vero, che sono egoista. Infatti scrivo, invece di leggere.
Comunque, lei è Orchidea. Dai fiori bianchi, che cercano un po' di sole e di umide attenzioni, se non altro una volta al giorno, seppur anche quella invano.
Probabilmente ho comunque più possibilità di successo io, di fretta e smemorata, di insegnare ad un'orchidea a vivere a Londra, che il saccente filosofo, sig, Publio, a cavallo del primo compleanno del figlio illegittimo di un dio incerto, a cercare di parlar d'amore ai suoi simili.
Sembrerebbero due esempi così poco affini confronto e lontani fra loro, se ignorassimo il fatto che il nome della mia innocente, deliziosa piantina bianca e rosa, etimologicamente non nasca altro che dall'orchis latino, gonade maschile. Probabilmente, prima di Cristo, la genuina inettitudine prevaleva sul sarcasmo e l'ironia e Teofrasto poteva sbizzarrirsi in tutta la sua dissolutezza licenziosa, così che che quegli uomini che Ovidio istruiva, adesso, corteggino le loro donne con fiori che portano lo stesso nome del loro pene.
Buffo, no? Come improvvisamente cambi idea su quei boccioli.
Magari se Ovidio avesse potuto introdurre le sue lezioni su come trattare le donne anche ad Omero, qualche anno prima, ora la Elena di Menelao, sarebbe ancora la Elena di Sparta e non di Troia.
Comunque Orchidea è morta. Ho comprato dei piccoli cactus.
Certo, Cactus non sono molto belli, però respirano anche loro e soprattutto pungono, sono aridi, autosufficienti e durano di più. Così io non devo ricordami dell'acqua e Londra del sole.


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